Il giovedì sera appuntamento in bocciofila, proprio davanti alla curva Bulgarelli, Stadio Dall’Ara, Bologna. È quella la sede delle assemblee dei gruppi ultras rossoblu. A sentire loro negli ultimi tempi è diventato un appuntamento fisso, tutte le settimane e con un ordine del giorno corposo. Il 2009 è stato l’anno del centenario, bisognava organizzare feste, concerti, vendite di autofinanziamento e soprattutto le coreografie in curva. Poi la famiglia Menarini, proprietari del Bologna fino alla passata stagione, ha cominciato ad avvicinarsi pericolosamente a Luciano Moggi e questo, insieme a scelte di mercato infelici, ha fatto scattare la contestazione. Tutto ma Moggi no, e allora altre assemblee.
All’ultimo incontro in bocciofila bisognava votare sulla tessera del tifoso Voto unanime, contrari. «Riteniamo assurda, illiberale, anti costituzionale fare una carta di credito per assistere a uno spettacolo sportivo – dice Paolo rappresentante delle Molle Cariche in assemblea e portavoce della curva – come voteremmo no alla tessera del cinema, se dovessimo fare una carta di credito per andare al cinema. Perché pensiamo sia un business e basta, non risolve il problema della violenza degli stadi, è l’ennesima manovra da grande fratello, per cui sanno dove sei, come ti muovi, e poi aiuta le banche che hanno qualche problema».
La tessera del tifoso, voluta fortemente dal ministro Maroni, vincola le società di calcio professionistiche a concedere abbonamenti e biglietti per le trasferte in settore ospiti solo a chi ne fa richiesta. A erogarla sono le banche (ogni società prende accordi autonomamente, il Bologna F.C. si è rivolto al gruppo Carisbo Intesa San Paolo) e funziona come una carta di credito da caricare per fare acquisti da tifoso: abbonamento, biglietti, merchandising ufficiale. Sono previsti inoltre sconti agli autogrill e con le Ferrovie dello stato. Per avere la tessera però bisogna passare il vaglio della questura a cui vengono inviati moduli di richiesta compilati allo sportello della banca. Nessuna speranza per chi è diffidato o ha ricevuto un Daspo (Divieto di accedere alle manifestazioni sportive) meno di 5 anni fa, lo scopo del Viminale è appunto ripulire gli stadi dai tifosi ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico.
Non la pensano così gli ultras della grande maggioranza delle curve italiane. Il numero degli abbonamenti in curva è crollato in tutti i club del Paese: a Bologna alla chiusura della campagna si erano abbonati in 9.700 contro i 12.583 dell’anno scorso, un calo del 23%. Solo 4.000 gli abbonati in curva. «Viene venduto come misura antiviolenza – continua Paolo – chi è buono ha la carta, chi è stato cattivo (o semplicemente non vuole fare la tessera) non ce l’ha, poi in realtà chi è stato cattivo può comprare un biglietto partita per partita, senza essere vincolato al posto nella nostra curva, e in trasferta può andare nei distinti o in tribuna. Metti il caso c’è Fiorentina-Bologna, noi compriamo 1000 biglietti dei distinti a Firenze, siamo meno controllabili fuori dal settore ospiti dove si entra solo con la tessera».
Gli ultras del Bologna, e non sono gli unici in Italia, sostengono che si sia scatenata una caccia alle streghe nei confronti della categoria. Prima Pisanu nel 2003 (decreto trasformato in legge dal governo Prodi nel 2007), poi Maroni, il succedersi dei ministri dell’Interno non ha cambiato l’atteggiamento verso i problemi di ordine pubblico dentro e fuori gli stadi. Daspo, diffide preventive, arresto in flagranza differita, divieto di portare all’interno dello stadio striscioni, bandiere, tamburi se non autorizzati dalla questura, infine biglietto nominale e tessera del tifoso. Ma la lista si allunga, secondo gli ultras, se agli atti formali si aggiunge l’atteggiamento di ostilità delle forze dell’ordine. 
«È inutile che gli ultras si professino verginelle, le loro responsabilità se le sono sempre prese. Adesso dalla totale mancanza di regole si è passato a regole molto ferree, per cui se è lecito da parte dello stato fermarti se fai una rissa, con le conseguenze del caso, dagli inizi del 2000 si è cominciato davvero a stringere la vite: diffide e arresti in maniera dubbia, leggi differenti da qualsiasi altro tipo di contesto. Per esempio, nello stadio è passato il disegno di legge dell’arresto in flagranza di reato dopo 48 ore che non esiste da nessun altra parte». 
Ancora più esplicitamente parla Giusi dei Forever Ultras, una dei portavoce della curva insieme a Paolo. Una donna, cosa tutt’altro che rara nel contesto bolognese dove la presenza femminile ai vertici del coordinamento ultras non è un caso isolato.
«Allo stadio fanno quello che vogliono, i diritti civili sono sospesi. All’inizio non era così, non è mai stata la polizia il nostro obbiettivo. Non abbiamo mai avuto niente a che fare, loro facevano il loro lavoro, noi le nostre cose e sapevamo che oltre un certo punto non potevamo andare, ed era giusto così, nessuno lo metteva in discussione. È cambiato tutto quando hanno cominciato a fare negli stadi l’addestramento anti-guerriglia, prima del G8 di Genova. La tutina nera da robocop l’hanno sfoggiata allo stadio, i manganelli a rovescio, i lacrimogeni… ti assicuro che da marzo a fine campionato nel 2001 non c’è stata una partita in cui non ce li abbiano tirati».
Nella curva Bulgarelli sono banditi i simboli politici, niente svastiche e croci celtiche ma neanche bandiere di Che Guevara. Esiste comunque una “geopolitica” sottotraccia: dai Mods, ai Forever Ultras, ai Freak Boys è rappresentato tutto l’arco parlamentare pre-2008. Le tensioni presenti fino agli anni ’90 si sono ricomposte in nome dell’amore per lo «squadrone che tremare il mondo fa», prova ne è un coro immancabile alla partita: la parte sinistra urla «rosso», quella destra «blu», e poi all’unisono «Bologna alè, siamo sempre con te».
Al di là dei simboli, le questioni politiche si affrontano. Come quella della costruzione del nuovo stadio fuori città. Un progetto sostenuto da Alfredo Cazzola, patròn del Motorshow, candidato sindaco Pdl sconfitto da Flavio Del Bono alle ultime elezioni comunale. Doveva chiamarsi Romilia, sorgere a Medicina, un paese dell’hinterland e ospitare negozi, alberghi, parchi tematici e di divertimenti su un’area di 234 ettari. Su questo affare puntava molto Cazzola e lo stesso Menarini, proprietario del Bologna e imprenditore immobiliare, ma oltre alla delusione per la mancata elezione ha dovuto incassare il no della Provincia (responso definitivo il 31 agosto) a causa di rischi ambientali per 400 famiglie abitanti della zona e per i 50 milioni di euro a carico di enti pubblici per le opere di viabilità.
«Romilia, il progetto che ti umilia, l’abbiamo battezzato così – ironizza Giusi – era una cosa spaventosa, lo stadio a 30 km dalla città in un parco tematico legato alla storia d’Italia fatto da Cazzola, non so cosa poteva venire fuori. Di tutto quel progetto lo stadio era un grumo in un angolo e i finanziamenti li avrebbero percepiti in virtù della costruzione dello stadio. Per fortuna è stato bloccato, noi ci vantiamo di aver fatto ostruzionismo. Ci sono già stati degli scempi, come lo stadio di Reggio Emilia, spostato dal centro, bello e adeguato a quella tifoseria, per costruire il mega stadio con la multisala, la sala bingo, i negozi e uno stadio gigantesco con 100 tifosi in curva e il resto vuoto. O lo stadio di Padova, demolito quello in centro e costruita la cattedrale nel deserto fuori città dove non va più nessuno».
La difesa del Dall’Ara è cruciale per tutti tifosi del Bologna, non solo per gli ultras che durante tutto lo scorso campionato non ha fatto mai mancare cori contro il nuovo progetto nel canzoniere della curva. «Qualcuno è arrivato a dire che lo stadio è troppo grande. Non capiscono che quello è un santuario: non puoi abbattere San Petronio perché non va nessuno in chiesa. Cosa facciamo le chiese più piccole, riscaldate, fuori dal centro, ipertecnologiche perché c’è la crisi delle vocazioni?»
A parlare adesso è Bernardo Bolognesi, attore e filmmaker (un ruolo in L’uomo che verrà di Giorgio Diritti), ristoratore e presenza immancabile in curva. Lo stadio è da difendere non solo per la bellezza del manto erboso, della struttura architettonica e della collocazione urbana, ma anche come luogo di formazione. Prosegue con una buona dose di sarcasmo bolognese l’apologia del valore pedagogico della curva: «Il calcio è l’unico sport rimasto che ha il sapore antico di 2000 anni fa, il circo, l’arena all’aperto, c’è un senso di appartenenza, c’è qualcosa di speciale, se quello non c’è più se n’è andato un pezzo della nostra storia. Cosa c’è rimasto di spettacolo popolare dove ti piove in testa? Il Festivalbar?Lo stadio è un posto dove si cresce. Qual è il posto dove ti lasciano andare da solo a 15 anni? Le esperienze di gruppo per un ragazzo sono importanti, anche fare il corteo, scortati in trasferta. Lo spirito di gruppo, i personaggi carismatici… è come dire che i Ragazzi della via Paal non è un romanzo formativo».
Il clima della curva bolognese è abbastanza «polleggiato», come si dice in città, le contestazioni prendono spesso la strada dell’ironia, anche nei confronti dei giocatori in campo. Secondo qualche tifoso è un fattore gastronomico, il bolognese arriva allo stadio con la pancia piena di tortellini in brodo domenicali e non se la sente di tirare pietre, preferisce sfottere quando le cose vanno male.
«La reazione è molto ferma e dura ma non tracima mai in azioni assurde di violenza devastante – dice Paolo – io sono stato delegato come portavoce per fare la lista della spesa degli errori dei Menarini in assemblea, li abbiamo presi per il culo, ma è nel nostro dna comportarci in quella maniera lì. Che pure volendo fare altro a Bologna c’è un livello di attenzione basta passare per i tornelli una volta per rendersene conto, ci manda poco che ti chiedono le analisi del sangue».
All’esordio in campionato al Dall’Ara è arrivata l’Inter campione in carica, curva gremita. Gli abbonati detentori della tessera del tifoso avevano l’ingresso principale a disposizione come previsto dal regolamento. Poco più avanti, ai tornelli laterali, la fila occupava tutta la strada. Molti indossavano una maglia in bianca con un grande timbro blu al centro: «Io non sono tesserato».

[Fonte: Il Manifesto]