Quest’anno sono esattamente quarant’anni da quel maledetto 1984 in cui, precisamente l’8 febbraio, il ventenne tifoso triestino Stefano Furlan veniva colpito a morte dalla polizia al termine di Triestina-Udinese di Coppa Italia. Conclusa dopo ventuno giorni di coma la sua agonia, il nome, il volto, la vicenda, l’esempio di Stefano diventano patrimonio collettivo. Anche se chiaramente, molto del merito, oltre alla sfortuna di essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato, va riconosciuto all’instancabile battaglia civile di sua madre Renata e degli ultras della Triestina.

Mai in questi lunghi quarant’anni s’è fermata l’opera di divulgazione e sensibilizzazione in merito. Striscioni, cori, volantini, fanzine, cortei, dibattiti, tornei di calcio, materiale ultras: mille e in mille modi diversi sono state le voci che hanno alzato al cielo il nome di Stefano, che ne hanno difeso la causa. L’ha fatto non solo la sua tifoseria, com’è naturale che fosse, ma persino tante altre tifoserie amiche e addirittura rivali dei triestini. Questo libro è un atto dovuto, un grande raccoglitore in cui far convergere quanto prodotto in questi anni nel nome di Stefano Furlan. È un atto dovuto non solo per la ricorrenza tonda tonda ma anche verso mamma Renata, venuta purtroppo a mancare più di due anni orsono, lasciando completamente nelle mani della Curva che porta il nome di suo figlio, tutto il peso della memoria e della testimonianza.

Tanti ritagli di giornale dell’epoca per ricostruire i vari passaggi cronologici, vecchi volantini dell’immediata presa di posizione della Curva, tantissime le foto, comprese alcune provenienti dall’archivio personale della famiglia Furlan, davvero molto emozionanti per l’umanità che vi emerge: quando una figura diventa suo malgrado icona, fra chi la mistifica per proprio tornaconto e chi la eleva a simbolo del torto subito, si corre sempre il rischio di “disumanizzarla”; dimenticare cioè che dietro quel “santino” c’è o c’è stata una persona in carne e ossa, fatta di sentimenti e legami. Se tutto quel che è ultras può avere un’eco nota per un lettore proveniente da quel mondo, colpisce invece dritto al cuore il ricordo del suo migliore amico, mentre altrettanto commovente è la testimonianza intitolata “Un ragazzo”, scritta da Andrea Mitri che, attorno alla figura di Stefano, aveva incentrato una sua rappresentazione per il centenario della compagine alabardata.

Il cuore è invece preso direttamente a sanguinanti pugnalate quando è mamma Renata, in un modo o nell’altro, a parlare: troppo grande e innaturale il dolore di un genitore che seppellisce un figlio, così ingombrante che è impossibile rimanerne impassibili. Ci sono però un paio di suoi pensieri che lasciano riflettere: «Posso perdonare gli errori», vado a braccio e perdonatemi se non è precisissima la citazione, «ma non accetterò che vengano coperti». Purtroppo per lei solo parziale è stata la verità, almeno a livello di verità giudiziaria. Addirittura illuminante invece quando, chiamata a dare un consiglio alle madri i cui figli vanno allo stadio, disse che non se la sentiva di dire niente a loro, ma preferiva chiedere alle autorità responsabili dell’ordine pubblico, di non mandare su quel fronte agenti alle prime armi e che potessero in qualche modo farsi sfuggire la situazione di mano.

Tantissime le fototifo, da quelle d’annata ad altre più moderne, da quelle dei triestini in casa o in trasferta, ma sempre con un qualche striscione, a partire dall’eterno “Stefano presente” passando per tutti quelli confezionati da tifoserie ospiti a Trieste, ospitanti dei triestini o anche al di fuori di questo ristretto contesto, magari alzati al cielo in prossimità di un 8 febbraio.

Ci sono anche diverse foto di materiale stampato e il registro narrativo è arricchito da una serie di capitoli scritti dal gruppo di lavoro che ha curato la stesura di queste pagine. Ne sono circa 178 in totale e sono molto particolari anche nel mélange di stili adottati, dalla cronaca al taglio prettamente giornalistico, dal mémoire al fotoreportage, chiudendo addirittura con un fumetto disegnato da Cuomo, famoso tatuatore e artista laziale che, in nome dell’amicizia fra le due tifoserie, ha voluto offrire il proprio contributo.

Bella la fattura materiale del libro, copertina cartonata e plastifica morbida ma abbastanza pesante. Di spessore è anche la grammatura della carta, patinata e lucida, usata per la stampa interna, ovviamente a colori per meglio risaltare tutto il gran materiale visivo raccolto. Pochi i refusi che denotano una certa attenzione in fase di editing, anche se non è poi tantissimo il materiale scritto e avrebbe fatto sempre piacere leggere più produzioni originali rispetto a quanto pubblicato per esempio dai quotidiani, notoriamente non sempre scevri da pregiudizi quando parlano di ultras. Fra gli altri errori da segnalare, c’è qualche ritaglio di giornale che si ripete, uno davvero illeggibile ma nel complesso sono piccoli difetti che non inficiano la bontà e il valore di questo “Una notte lunga quarant’anni”. Il suo più grande valore resta comunque quello offerto in termini di senso civico e memoria storica. La Curva Furlan è una di quelle a cui maggiormente va riconosciuto il merito di aver superato quel bolso luogo comune che vorrebbe ogni tentativo di arrivare e di parlare al di fuori della propria cerchia, quasi come se fosse un atto di tradimento ad una ortodossia dai confini ondivaghi e sfumati. Esistono le cose fatte bene e col cuore e le cose fatte con malizia e solo per una qualche forma di ritorno, non solo economico. Questo è un libro fatto col cuore e merita di essere letto. Forse nemmeno tanto dagli ultras quanto dalla gente “normale”, che non ha idea di quanto possano essere promiscui o strumentalizzati i ruoli di buoni e cattivi in uno stadio e nel resto della società civile.

Chi volesse acquistarlo, può scrivere direttamente all’indirizzo della Curva Furlan curvafurlan@yahoo.it

Matteo Falcone