Quando il treno arriva alla stazione di Varese i binari si dividono in due tronconi: il primo si arresta sulla sinistra, il secondo prosegue verso la Svizzera, restituendo l’idea di quanto si sia a Nord. Le Alpi che cingono la città fungono da confine naturale mentre il verde che la domina ovunque, spiega alla perfezione il perché del suo soprannome: città giardino. La natura è qui padrona incontrastata, tra le vette imponenti delle montagne, i numerosi corsi d’acqua che interessano la città e i suoi dintorni, il lago omonimo e i sentieri che portano nelle varie frazioni arroccate sulle Prealpi. Uno spettacolo che sembra quasi isolare un agglomerato urbano che in realtà dista una sessantina di chilometri da Milano – città da cui, storicamente, ha sempre ricevuto un massiccio flusso “migratorio” composto da nobili famiglie e dal sito più agiato – e appena trenta da Lugano, un’ubicazione che l’ha sempre posta al centro dell’importante arteria romana che collegata Mediolanum a Bilitio (Bellinzona). Il legame con il capoluogo di regione è storicamente così forte e radicato che l’altro appellativo con cui i varesini sono conosciuti, vale a dire bosini, proviene dal diminutivo di Ambroeus, ovvero Sant’Ambrogio, vescovo di Milano divenuto poi patrono della città. In origine i bosini erano soltanto gli abitanti del centro storico.
Divenuta capoluogo di provincia sotto il regime fascista, con l’accorpamento di vari comuni e frazioni circostanti, Varese conta oggi ottantamila abitanti e può vantare una notevole tradizione sportiva, sia nel calcio che nel basket. Ecco perché visitarne le viscere credo debba corrispondere anche con un passaggio fondamentale in quel di Masnago, dove stadio e palazzetto sorgono e ancora oggi riescono a raccontare imprese e leggende dei tempi che furono, con la loro particolare posizione ai piedi del Sacro Monte, luogo simbolo per i pellegrinaggi sin dal Medioevo. Palla di cuoio e palla a spicchi sono scolpite nella storia novecentesca della città, tanto da trovarne riferimenti in vari angoli. Del resto, soprattutto se si parla di basket, parliamo di veri e propri mostri sacri: sul parquet la compagine lombarda ha conquistato dieci titoli nazionali, cinque Coppe dei Campioni, tre Intercontinentali e quattro Coppe Italia; numeri da far invidia a una metropoli, numeri che hanno fatto di Varese una delle culle italiane della pallacanestro, impossibile negarlo. Tanto che i meno informati si domanderanno: e il calcio che ruolo ha? Sicuramente non meno importante. E non solo per le sette partecipazioni alla Serie A (l’ultima nel 1974/1975) ma anche per il numero di talenti sfornati, molti dei quali divenuti poi pilastri della Nazionale. Restano indissolubilmente legati al nome del club Pietro Anastasi, Roberto Boninsegna, Claudio Gentile e Michelangelo Rampulla, divenute poi vere e proprie icone nelle loro epoche calcistiche. Tuttavia il football ai piedi delle Prealpi ha storia lunga, ultracentenaria, basti pensare che il club venne fondato il 22 marzo 1910 come Varese Football Club, con colori biancoviola. Il biancorosso – ripreso dal gonfalone comunale – verrà adottato negli anni venti, mentre il primo campo di gioco sorse nel quartiere Casabeno, esattamente dove ora insiste l’Ippodromo cittadino.
Incamminandosi dal centro storico alla zona di Masnago, si intuisce ancor meglio la conurbazione dei piccoli centri attigui. La stessa Masnago ha le tipiche fattezze di un paesino, con la chiesa al centro della piazza e persino qualche vicoletto che evoca la sua identità originaria. Ma i veri punti d’interesse, almeno per il sottoscritto, sono le due strutture suddette: il “Franco Ossola” – intitolato al giocatore di origini varesine scomparso nella Tragedia di Superga – e il Palasport “Lido Oldrini”. Arrivando a ridosso dello stadio quando mancano diverse ore al fischio d’inizio, ho la possibilità di “perlustrarlo” per bene, soffermandomi davanti alle numerose scritte lasciate dagli ultras di casa e, infine, godendo della disponibilità dei custodi a una visita praticamente personalizzata. Non saremo al Camp Nou o al Santiago Bernabeu, ma la gentilezza con cui mi mostrano spogliatoi, tribune e terreno di gioco – unite alla mia parafilia per i vecchi impianti nostrani – mi fa apprezzare tutto molto più di qualsiasi tour moderno con cui, a prezzi esorbitanti, ti fanno vedere lo spogliatoio dove si cambia il calciatore più in voga o il filo d’erba calpestato da qualche starletta contemporanea, non prima di aver versato qualche extra per questa narrazione pretestuosa. Mi dispiace per gli esteti ma il “Franco Ossola” batte 10-0 i loro salottini imbellettati!
Inaugurato nel 1935 come impianto polifunzionale (non a caso è ancora palese la predisposizione per l’atletica e il ciclismo), è una delle strutture più vecchie del Belpaese, impregnato di storia e aneddoti. Basta vedere con quanta fierezza, nella sua “pancia”, siano custodite le foto dei momenti più importanti del calcio varesino – dalle sfide contro la Juventus alla finale playoff di B persa contro la Sampdoria nel 2012. Oggigiorno – ma siamo in Italia, quindi c’è poco da sorprendersi – la capienza è ovviamente ridotta, mentre la maggior parte dei settori sono chiusi al pubblico. Purtroppo tra questi c’è anche la Curva Nord, storica tana degli ultras biancorossi. Per farvi capire come siano cambiati i tempi, ma anche come si sia totalmente gettata la spugna nella manutenzione basilare, basti pensare che negli anni della Serie A gli spalti arrivarono a ospitare sino a 23.000 spettatori. Oggi, con la sola tribuna centrale agibile e il settore ospiti aperto in deroga e con numeri ridotti, le presenze consentite non sono neanche un decimo!
La passeggiata lungo il perimetro del velodromo è suggestiva e credo che per qualunque calciofilo rimanderebbe a pezzi di storia del nostro sport nazionale e della gloria di cui esso fu protagonista, sia nell’immediato dopoguerra che nei decenni successivi. Pensare che su questo manto verde si sono succedute le gesta di Juve, Inter, Milan, Roma, Lazio, Napoli e Fiorentina ma anche quelle di Como, Livorno, Modena, Pisa, Alessandria e Mantova (giusto per fare degli esempi) stimola la fantasia dei ragazzini malati di calcio che fummo e ci rammenta le prime pagine lette su Supertifo, con quelle sfide sempre dal sapore aspro e combattivo che a queste latitudini sono spesso sfociate in tensioni e incidenti e che hanno reso l’Ossola tradizionalmente ostico e poco ospitale.
Una volta salutati i custodi e riconquistata l’uscita, posso avviarmi anche verso il palazzetto. Un vero peccato che quest’oggi Varese giochi a Sassari, la doppietta sarebbe stata perfetta e mi avrebbe consentito di vedere all’opera anche il cuore del tifo cestistico cittadino. Una struttura che al suo esterno è marcata dalle scritte degli Arditi e si dimostra molto ruspante, senza fronzoli. Molto distante, se vogliamo, dalla città borghese e ordinata distante solo un paio di chilometri. Il connubio tra le due strutture è comunque un qualcosa di sublime, che sintetizza alla perfezione l’anima storicamente sportiva di questa città ma anche la storica collaborazione tra le due entità ultras locali.
Tornando indietro di diversi anni non posso che ricordare con una certa nostalgia (dovuta più che altro ai tempi spensierati e alla maggiore libertà in ambito tifo) lo striscione dei Boys, che a queste latitudini hanno rappresentato per ventiquattro anni la militanza ultras sia nel calcio che nel basket. Il gruppo venne fondato nel 1974, scindendosi dal club Giovani Biancorossi Gazzada e organizzando il tifo nella Curva Nord. Negli anni saranno affiancati da varie sigle, tra cui Viking, Scossi, Varese Front e Campari Group. La vera svolta arriverà nel 1998 quando, alla guida del settore, si avvicenderanno quei Blood & Honour che, sia nella dialettica che nell’estetica e nella prassi, radicalizzeranno ancor più una componente che ha da sempre contraddistinto la tifoseria varesina, vale a dire l’orientamento politica a destra. Un marchio di fabbrica che riflette appieno la città e gran parte dell’area geografica, e che negli anni ha contribuito a rendere tosta e turbolenta l’aura della tifoseria, che ovviamente ha costruito gran parte delle rivalità su questa base, sebbene la principale inimicizia resti quella con il Como, di natura prettamente campanilistica. Una scritta sbiadita ma ancora presente sui cancelloni della Nord ricorda Saverio, storico leader del gruppo ucciso nel 2003 in Spagna in circostanze poco chiare e mai dimenticato dagli ultras, mentre moltissimi sono gli adesivi e i graffiti per Dede, altro storico personaggio rimasto senza vita a margine degli incidenti tra interisti e napoletani nel dicembre 2018. Un episodio che ha ancor più rafforzato lo storico gemellaggio tra biancorossi e interisti, da sempre spalla a spalla, accomunati anche dalla rivalità con i comaschi.
Nel 2019, dopo ventuno anni di attività, i B&H ripiegano per sempre il proprio striscione, con la Nord che successivamente viene presa in mano dai C.U.V. (Combat Ultras Varese). Nello stesso anno arriva anche il fallimento del club, costretto a ripartire con una nuova società dalla Terza Categoria (nel 2020 comprerà il titolo del Busto ’81, neopromosso in D, tornando nel massimo campionato dilettantistico). Nel 2023 il tifo organizzato subisce un’altra trasformazione, con le redini che vengono prese in mano dagli Ultras Varese (affiancati dagli Skannati), tornati quest’anno con pezze e striscioni dopo aver seguito in maniera anonima a causa delle numerose diffide degli ultimi anni, in seguito ai tafferugli successivi ai festeggiamenti dei tifosi napoletani in occasione dello scudetto del 2023 e a quelli scoppiati a margine di Varese-Fortitudo Bologna. Nel frattempo si è riacceso un minimo entusiasmo in città, con il progetto Città di Varese che sembra voler riportare i biancorossi nel professionismo, al cospetto di un girone competitivo e che dopo diversi anni mette a confronto alcune piazze storiche del nostro calcio. Biella è una di queste e, dopo innumerevoli stagioni nell’anonimato, lo scorso anno è tornata a vincere un campionato riconquistando l’ambita Serie D.
Dici Varese-Biellese e subito tornano alla mente le sfide degli anni ’80 e ’90. Confronti segnati peraltro da una discreta rivalità, anche dovuta alla relativa vicinanza delle due città, divise da meno di cento chilometri. Il ritorno sugli spalti degli Ultras Biella rende questa domenica più che interessante e – sebbene non ci si possano aspettare i numeri dei tempi andati – all’esterno dell’Ossola c’è grande attesa già un’ora prima del fischio d’inizio. I padroni di casa si fanno sentire con diversi cori contro i piemontesi, portandosi poi in corteo verso il loro settore (che, come accennato, non è la Nord, bensì la tribuna coperta). L’atteggiamento conferma la notoria ruvidità dei varesini, che se storicamente non hanno mai brillato per numeri, di contro sono sempre stati una garanzia fuori dagli stadi, non tirandosi indietro neanche con realtà storiche importanti e con più massa al seguito.
Quando mancano una manciata di minuti all’avvio delle ostilità, ecco entrare nel loro settore anche i supporter biellesi, accolti subito dai cori velenosi dei dirimpettai. Anche la sfida del tifo può iniziare e, al netto della contestazione sui numeri che qualcuno potrebbe fare (ma a fronte della quale credo occorra tener conto sia del contesto sociale, che delle recenti, pessime, storie sportive dei due club), la sostanza c’è e fa sì che i novanta minuti scorrano piacevolmente a suon di cori, invettive reciproche e tifo costante. Su fronte varesino si opta per tantissime manate, un paio di bandieroni sventolati e il total black a farla da padrone, formando una macchia nera nell’angolo della tribuna coperta. Non mancano, ovviamente, i cori per Dede e per i diffidati. Più “melodico” il tifo di marca piemontese, con cori tenuti a lungo e un paio di sciarpate che colorano la loro presenza. In un settore tutt’altro che semplice per fare il tifo, Ultras Biella e Pounders cercano di destreggiarsi anche nell’appendere gli striscioni, facendo in modo che non coprano totalmente il proprio contingente: bellezze degli stadi retrò!
In campo è la Biellese a imporsi, grazie alla rete siglata nella ripresa da Naad. Un successo che fa esplodere di gioia il settore ospiti e consegna ai piemontesi tre punti d’oro per rimanere nei quartieri alti della classifica. Delusione e mugugni tra le fila lombarde, con la squadra che viene invitata a svegliarsi. Il post partita, però, è tutto degli ultras, con i padroni di casa che stuzzicano a più riprese gli avversari, e la polizia che all’esterno cerca di evitare qualsiasi contatto. Resto ancora un po’ a osservare le ultime schermaglie e a godere del bel sole ottobrino che bacia magistralmente le Prealpi. Poi anche per me è giunto il tempo di riprendere la strada di casa. Un strada lunga, che ancora una volta prevede un “gitanissimo” viaggio treno+pullman e mi porterà a destinazione solo il mattino successivo. Lascio alle mie spalle le vetuste gradinate del Franco Ossola e il suo glorioso manto verde, nonché tutte le targhe e i riferimenti ai successi sportivi conseguiti da Varese. So di aver potuto tastare con mano un pezzo della nostra storia calcistica, anche solo respirandone le antiche vestigie e comprendendo un po’ di più la realtà ultras locale, che sicuramente non ha mai messo al centro delle proprie esigenze l’apparire o il farsi raccontare, modus operandi che per certi versi (e soprattutto per quello che si vede in giro) apprezzo e ha reso ancor più stimolante scrivere questo articolo.
Lascio partire il pullman dalla periferica stazione di San Donato Milanese per poi addormentarmi e cercare di accumulare qualche ora di sonno. Riposo minimo e meritato dopo aver vissuto l’ennesima esperienza che, nel suo piccolo, forgerà e aiuterà nello scritto ma anche negli orali della quotidianità…
Simone Meloni





















































































































