Condensare 120 anni di storia in pochi scatti non è un esercizio propriamente facile, soprattutto se la storia da raccontare è quella di una polisportiva che ha nella sezione calcio la sua punta di diamante. Fondata il 9 gennaio 1900, dal sottoufficiale dei bersaglieri Luigi Bigiarelli, la Polisportiva SS Lazio con le sue oltre 70 discipline è la più antica d’Europa. Il suo palmares è abbastanza ricco, soprattutto se consideriamo che è un club che non ha mai potuto vantare tra i suoi presidenti uomini facoltosi o sceicchi disposti a spendere e spandere. Oggi il club è guidato dall’impresario romano Claudio Lotito che ha ereditato una società sull’orlo del fallimento e, grazie ad una gestione oculata, è riuscito a ripianare i debiti pregressi. È giusto però osservare che il decreto  “spalma debiti” ha permesso al club romano di dilazionare nel tempo le forti passività accumulate nei confronti del fisco, ma questa è un’altra storia.

In un’atmosfera da film colossal americano, la società capitolina e la curva nord celebrano l’importante traguardo: le 10 vittorie consecutive ottenute dalla banda Inzaghi hanno spinto il popolo biancoceleste a gremire l’Olimpico in ogni ordine di posto. Pochi istanti prima dell’ingresso delle due squadre in campo, nella nord si alzano cartoncini che formano una maglia, mentre nei distinti si compone la scritta “120 anni d’amor 1900/2020”: da qualche anno a questa parte gli ultras laziali hanno abbandonato il concetto di scenografia, enormi teli che raffigurano la storia di Roma e della SS Lazio, per far spazio alle coreografie dove il movimento del corpo colora lo spazio della curva.

Scorrono velocemente le immagini di tutti quelli che hanno segnato la storia bianco azzurra, da Bigiarelli, il fondatore, al Generale Vaccaro, che grazie al suo decisivo intervento scongiurò la fusione resistendo alla volontà del regime fascista di riunire tutte le squadre di Roma in un unico club, fino ad arrivare a Fascetti, l’allenatore del -9 che salvò la Lazio dal baratro della serie C, e a Fiorini e Lulic, questi ultimi autori di gol importanti per ragioni opposte: il primo segnò la rete della vittoria casalinga nel 1987 contro il Vicenza, vittoria che permise ai capitolini di giocarsi la permanenza in serie B nello spareggio di Napoli, mentre il bosniaco con la sua rete nella finale di coppa Italia ha permesso di alzare il trofeo a scapito dell’AS Roma.

Sono le ultime però, le diapositive  che simboleggiano più delle altre l’appartenenza alla SS Lazio: il volto di Gabriele Sandri, applaudito anche dai tifosi partenopei, e un bambino con la maglia biancoazzurra, a simboleggiare l’amore per quei colori che di generazione in generazione si tramanda.

Terminati gli effetti hollywoodiani (durante la coreografia, l’Olimpico ha proiettato la storia della SS Lazio con i riflettori spenti, puntando le luci solo sulla curva nord) la partita può avere inizio. Il tifo sarà costante e continuo per tutto l’arco della partita, coinvolgendo spesso il resto dello stadio che, al gol del proprio capocannoniere Ciro Immobile, festeggia una vittoria che proietta la Lazio a ridosso del duo Juve-Inter, aprendo scenari tricolori insperabili solo all’inizio del campionato.

I napoletani tornano a Roma a distanza di anni, in un momento sportivo poco felice: dopo il licenziamento di Carlo Ancelotti, Aurelio De Laurentis si è affidato ad un’altra bandiera rossonera, Gennaro Gattuso, che per carisma sembra la persona più adatta a guidare la bollente panchina dei campani. I tifosi napoletani non sono tanti, circa 500, ma compattati nella parte bassa del settore ospiti incitano i propri beniamini senza sosta. Probabilmente in questa trasferta non è tanto mancato il seguito della curva (eccezione per i ragazzi della curva B) ma del tifoso medio, quello che per intenderci fa massa, aspetto che assume risvolti più importanti alla luce della folta presenza campana nella capitale: il rapporto tra la piazza, tutta, e il vulcanico presidente napoletano sembra essersi rovinato e all’orizzonte non si vedono segnali di schiarita.

Sul fronte dell’ordine pubblico non si registrano episodi di violenza, la rivalità è rimasta circoscritta, almeno quest’oggi, al semplice sfottò.

Michele D’Urso