Paolo Scaroni racconta a Today.it il suo dramma: i poliziotti che lo hanno ridotto in fin di vita, un processo finito senza colpevoli e la petizione affinché gli agenti siano facilmente riconoscibili.

scaroniVerona, stazione di Porta Nuova. 24/09/2005. La partita fra Hellas Verona e Brescia è finita da poco. Gli ultras bresciani vengono scortati fino alla stazione di Porta Nuova dove li attende un treno “speciale” che li riaccompagnerà a Brescia. Non mancano le scaramucce fra tifosi e agenti della celere, sezione di Bologna: qualche coro, qualche insulto e qualche manganello mostrato in maniera minacciosa. Ma niente di più. Almeno fino a quando alcuni poliziotti caricano alla cieca, senza motivo. 

Paolo Scaroni, giovane tifoso bresciano, si trova sulla strada di otto “schegge impazzite”. Manganellato in maniera mostruosa, Paolo perde quasi subito conoscenza e dopo venti minuti è in coma. “Non ricordo niente di quella sera – racconta con un po’ di nervosismo che torna – solo i laccetti dei manganelli che mi sventolavano davanti agli occhi”. E niente più.

Si risveglierà parecchie settimane dopo: il tempo di aprire gli occhi e capire che da quel momento sarà invalido al 100%. Niente più viaggi, “quelli che amavo fare”. Niente più stadio, “dove amavo cantare e saltare”. Niente più vita normale, “ero un ragazzo iperattivo puoi capire quanto sia stato difficile”.

Ma, soprattutto, niente giustizia. Sì, perché il 18 gennaio 2013 gli otto celerini accusati del pestaggio, avvenuto sotto gli occhi di centinaia di testimoni, vengono assolti in primo grado. “Insufficienza di prove” sentenzia il Tribunale di Verona. Lo stesso Tribunale che chiarisce, senza paura, che i colpi sono stati assestati con un manganello giudicato fuori legge dal ministro dell’Interno e, soprattutto, che quei colpi potevano uccidere.

Ma dove sono finite le prove? Nei video che i funzionari della questura riprendono in ogni manifestazione, trasferte comprese, c’è un buco di dieci minuti. Prima e dopo il buco: nessun pestaggio. Durante quei dieci minuti “di nero”? Potrebbe esserci la verità. Ne sono convinti i pm di Verona che hanno deciso di riaprire il caso perché esistono “plurimi e seri motivi che inducono a ritenere che le riprese siano state manomesse per impedire una corretta ricostruzione degli eventi”.

E ne è convinto Paolo che ha “ripreso in mano la mia vita con l’aiuto di tutti gli Ultras d’Italia” e che si è opposto alla decisione del Tribunale e ha presentato appello. Oggi, otto anni dopo, solo quel video “monco” può dire la verità perché lui non può ricordare per quei colpi alla testa “del tutto compatibili – scrivono i giudici – con un manganello impugnato al contrario durante un pestaggio gratuito della polizia”.

Un pestaggio per il quale nessuno ha ancora pagato. “I poliziotti che mi hanno pestato erano tutti a volto coperto” ricorda Paolo ed è proprio dall’impossibilità di riconoscere i responsabili che nasce la “insufficienza di prove” che ha salvato i celerini. Per questo Paolo ha lanciato una petizione, su change.org, affinchè le divise dei poliziotti vengano dotate di numeri identificativi, come accade nella maggior parte dei Paesi europei. “Perché non ci siano mai più storie come la mia”. Perché non ci siano mai più Paolo Scaroni.

[Fonte: Today]